Le riflessioni di Nicola Orazzini su “Immaginare il futuro”

Curato da Carlo Bordoni, “Immaginare il futuro. La società di domani vista dagli intellettuali di oggi” è un saggio contraddittorio: avvincente in alcuni punti, meno interessante in altri, ha il pregio di spingere alla riflessione, già a partire dall’incipit. L’argomentazione si apre, infatti, con la citazione “L’utopia del futuro costruisce il presente” che contiene in sé una grande verità. Non è possibile prevedere il futuro perché le scelte quotidiane vanno a modificare l’agire umano. Il futuro prossimo è inesorabilmente condizionato dal presente e, proprio per questo motivo, non può essere preconizzato. Quello remoto, invece, ha un margine più ampio e può essere presagito a grandi linee, poiché connesso più al passato, di cui conosciamo tutto, che al presente. Nella predizione del futuro tendono a prevalere le visioni apocalittiche, distopiche e catastrofiche poiché l’animo umano è portato a privilegiare nostalgicamente il passato. Manca, tuttavia, l’immaginazione di un futuro più lontano dell’immediato (“l’immaginazione conta più della conoscenza”, come sosteneva Einstein). Per Arijun Appadurai è proprio l’immaginazione, insieme alla passione e all’aspirazione, l’elemento essenziale per potere costruire il futuro. Come accennato in precedenza, l’immaginario ha sempre posto al centro una visione catastrofica del futuro: dagli echi delle apocalissi medievali di matrice religiosa alle previsioni attuali sull’esaurimento delle risorse e sul degrado ambientale (Latouche ne è il principale profeta). Questo cambio di paradigma dimostra però quanto fosse strumentale allora la minaccia della fine del mondo e quanto sia invece concreta, fondata e quantificabile oggi la previsione ecologica. Non si tratta di un’unica ma di svariate apocalissi: da quella proveniente dal telescopio di Hubble, che dimostra come la nostra Galassia si scontrerà inevitabilmente con la Galassia di Andromeda (evento che avverrà tra 4,5 miliardi di anni), alle radiazioni emesse dal Sole, invecchiato e ridotto a una “gigante rossa” (più prossima, tra 1 miliardo di anni). La paura del futuro ha contraddistinto da sempre la nostra Storia ma si è fatta più immanente a partire dalla metà dello scorso secolo, con l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. L’uomo, infatti, è stato messo per la prima volta davanti alla possibilità di uno sterminio di massa del genere umano e la scienza si è trasformata da antidoto a strumento di morte. Il nostro futuro prossimo è una proiezione delle negatività del nostro presente: la mancanza di fiducia nel progresso ci ha infatti portato a non credere più nelle possibilità dell’uomo e, di conseguenza, ha spento la nostra capacità di sognare.

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