Nicola Orazzini: “Senza credito a lungo termine l’impresa non può costruire il futuro”

Nicola Orazzini, affermato professionista del settore consulenziale, sostiene che per vivere e prosperare ordinatamente, l’impresa necessiti di adeguati mezzi finanziari coerenti con le sue caratteristiche alla durata degli investimenti e ai tempi di rientro, alla struttura dei costi e alla variabilità dei ricavi. Il finanziamento dell’impresa non è un problema solo di quantità ma di ottenimento di forme adeguate per durata e modalità di rimborso ai programmi che intende realizzare. L’impresa ha la necessità di operare in un contesto che le consenta di costruirsi la struttura finanziaria in linea con le sue esigenze e di modificarla rapidamente al mutare di quelle esigenze. Manca oggi in Italia un assetto finanziario in grado di offrire alle imprese una varietà di forme di finanziamento a medio e lungo termine. Nicola Orazzini, Amministratore di L.M. Consult S.r.l., è convinto che il credito a lungo termine, rimborsabile periodicamente in linea con l’andamento del fabbisogno e dei ricavi, sia praticamente scomparso. Il credito a lungo termine è pressoché sparito perché nelle banche universali ha prevalso la cultura del breve termine propria delle banche di credito ordinario che, per evidenti ragioni, hanno finito per costituire il nucleo centrale dell’organizzazione delle banche universali. Nicola Orazzini è convinto che serva stimolare la formazione di capitale proprio, anche attraverso meccanismi di tipo fiscale, ma bisogna inoltre favorire la possibilità di reperire risorse stabili di finanziamento anche attraverso la messa in campo di forme di credito intermedie tra debito e capitale, i cosiddetti prestiti partecipativi.

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Nicola Orazzini sulla situazione fiscale delle imprese italiane: “Non tassiamo l’impresa ma tassiamo solo i soci quando incassano i dividendi”

La fiscalità sull’impresa è molto elevata. Inoltre il sistema fiscale sembra fatto apposta per rendere difficile la vita al contribuente.

Bisogna rendersi conto che il reddito di un’impresa in funzionamento non è un “reddito-entrata” (facilmente accertabile come quello di un lavoratore dipendente) ma è il frutto della politica di bilancio, a sua volta una costruzione intellettuale che presenta ampi spazi di discrezionalità.

Io penso che dovremmo tassare il reddito d’impresa quando esso diventa “reddito-entrata” per i sui beneficiari. Quindi dobbiamo tassarlo in capo a questi e non in capo all’impresa.

Penso ad un sistema nel quale l’impresa non DEVE PAGARE NESSUNA IMPOSTA SUL REDDITO.

Tale sistema stimolerebbe l’autofinanziamento e incoraggerebbe il processo di formazione del capitale proprio, di cui le imprese del nostro Paese – forse anche a motivo di un sistema fiscale che lo ha sempre disincentivato – ha una carenza dannosa e strutturale. Abbiamo bisogno di imprese più forti per competere sui mercati globali? “Mettere l’impresa al centro degli interessi del Paese” non è uno slogan vuoto?

Allora perché non attuare un intervento radicale? Semplificare radicalmente gli adempimenti delle imprese perché potrebbero essere esentate dalla dichiarazione dei redditi e incentivare la formazione del capitale proprio, affinché siano più forti e più capaci di investire – in ricerca e sviluppo in modo particolare.

Nicola Orazzini considera il “Piano Fanfani” una risposta attuale

Nicola Orazzini compie un ambizioso studio per dimostrare come il “Piano Fanfani – INA Casa” possa essere una soluzione agli attuali problemi di mancanza di lavoro, di insufficienza di alloggi e di sviluppo economico. Il Piano fu concepito nel 1949 come risposta all’emergenza disoccupazione e al fabbisogno di abitazioni generati dalle condizioni in cui versava l’Italia nel periodo del dopoguerra. Fanfani fin dall’inizio mise al centro della sua attività politica il lavoro e la disoccupazione: i governi di cui fece parte attuarono una serie di politiche per promuovere l’occupazione e lo sviluppo sociale attraverso i lavori pubblici. Il diritto fondamentale, quale elemento imprescindibile della vita stessa della Repubblica, doveva essere il lavoro, sia nella sua dimensione economica sia in quella sociologica. Questo forte convincimento costituì il nucleo centrale dei principali provvedimenti di legge che il Ministro Fanfani attuò. La visione del lavoro come fattore centrale di sviluppo e di promozione del welfare lo portò a ritenere indispensabile la formazione dei lavoratori e dei disoccupati, oltre a concentrarsi sullo sviluppo dell’istruzione delle donne e il loro conseguente ingresso nel mondo del lavoro. Lo scopo principale era la lotta alla disoccupazione e il settore edilizio era lo strumento per perseguirlo, ritenendo che si sarebbe attivata la domanda di altri beni che a loro volta avrebbero innescato un circuito virtuoso teso a creare nuova occupazione. Nicola Orazzini ricorda come il Piano e gli altri interventi di politica economica contribuirono in modo determinante alla crescita dei livelli di occupazione, lanciando il Paese verso il miracolo economico che attraversò l’Italia dal 1958 al 1963.

Dall’inizio della crisi odierna sono praticamente raddoppiati gli italiani che si trovano in una condizione di povertà assoluta, mentre sfiorano i 5 milioni i cittadini che non hanno una disponibilità economica sufficiente neanche per acquistare beni e servizi essenziali per vivere. La spesa alimentare delle famiglie è tornata indietro di vent’anni e per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando un aumento esponenziale degli indigenti. Dal 2010 al 2012 un milione di individui in più ha ricevuto almeno un pacco alimentare, passando da 2,7 a 3,7 milioni. Dall’altro lato resta, e forse si amplia, il dramma dell’emergenza abitativa che colpisce molte famiglie italiane, sempre più prostrate dalla crisi economica e con crescenti difficoltà a sostenere gli attuali prezzi del mercato immobiliare, sia che si tratti di affitto sia che si tratti di acquisto. Per questo, afferma Nicola Orazzini, la risposta nuova potrebbe essere una politica abitativa a sostegno del social housing basato non più sulla realizzazione di nuovi edifici ma sulla riqualificazione del territorio esistente. Non è solo una questione inerente alla salvaguardia dell’ambiente, ponendo fine alla cementificazione selvaggia del Paese, con tutti i conseguenti problemi di dissesto idrogeologico e di assedio all’agricoltura. Un vantaggio chiave diventerebbe quello legato ai tempi: grazie alla possibilità di agire su immobili già esistenti, si fornirebbero maggiori garanzie e certezze tanto agli investitori quanto ai cittadini. Nicola Orazzini è profondamente convinto che l’invenzione della formula che ha saputo combinare il diritto al lavoro e il diritto all’alloggio sia da attribuire interamente ad Amintore Fanfani. Gli obiettivi e le idee dell’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale sono sicuramente attuali poiché gran parte dei problemi sono simili dal punto di vista economico e sociale. La lezione fornita dalla storia del Piano Ina-Casa riguarda il permanere del “bisogno casa” sia per le categorie più deboli, sia per i giovani. Tale insegnamento riguarda anche la necessità profonda di saper coniugare le scelte politiche con le attese della gente, le strategie economiche e finanziarie con la soddisfazione dei principi di giustizia distributiva di appagamento di tutti i bisogni primari, di garanzia per l’educazione, la salute, la casa. Da più parti si sostiene che un nuovo Piano potrebbe essere di stimolo per un più rapido sviluppo tecnologico in ambito edilizio e favorirebbe la crescita di nuove professioni oltre alle tradizionali figure tecniche.